Intervista a Fabio Mauri

Stefa con Fabio Mauri e gli altri assistenti, a casa del Maestro.Mi sono laureato nel 2009 quando ero assistente del maestro Fabio Mauri. Il contenuto della tesi comprendeva questo scambio di domande e risposte, che oggi valgono come importante testimonianza d’arte. Le condivido con voi.

D. Prima la mostra “L’universo d’uso” che è stata allestita a Roma nell’ambito del Festival della Filosofia, adesso al Pecci dove c’è un’installazione che prevede il recupero delle sue performance storiche fatte durante la carriera di un artista concettuale che lavora sull’immagine. Con tutto questo si arriva al concetto di memoria storica. La coincidenza della storia con il Pecci: l’immagine, il contenuto, la storia di queste performance.

R. Tu parli di storie. Per essere più precisi, la storia ha bisogno di precisione, dopo più di vent’anni di attività sull’arte moderna, veniva inclusa al Pecci una mia retrospettiva di performance fatta sotto la direzione di Ida Panicelli nel ’93 in cui, anno molto propizio, ero stato invitato alla Biennale di Venezia da Achille Bonito Oliva e prima da Augusta Monferrini e non tanto indirettamente da Maurizio Calvesi, consulente naturale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna; ero stato invitato a fare una grande retrospettiva, la prima grande retrospettiva che ho fatto. Per un curioso accidente tutte e due le istituzioni, sia la Biennale di Venezia con Bonito Oliva, sia la Galleria Nazionale d’Arte Moderna con Maurizio Calvesi e Augusta Monferrini, erano un po’ sdegnati che avessi detto di sì alla mostra a Prato mentre con Ida Panicelli, come succede per tutte queste grandi mostre, ero già in parola da molto tempo e allora mi trovai a dover fare una mostra retrospettiva senza esporre opere.
Accettai ironicamente, pensando che molto probabilmente di queste tre grandi manifestazioni forse, come poteva succedere nel passato mi era anche successo, potevo perderle tutte e tre proprio per dissidio istituzionale.

D. Quale decisione prese?

R. Dissi lì per lì, faccio una performance o una retrospettiva di performance. In realtà era il ’93 e io le ultime performance le avevo fatte dieci, quindici anni prima poi avevo avuto una sospensione onerosa, molto intensa. Performance non ne avevo più fatte di nuove e invece avevo portato da molte parti e anche nel mondo le performance più clamorose, le prime: Che cosa è il fascismo, Ebrea.
Detto questo l’impianto della tua domanda è molto ampio ed è difficile rispondere alle domande molto ampie, non tanto perché manchino i contenuti e la materia, quanto che sono troppi e porterebbero non una grandinata o un acquazzone, ma un ciclone per ricostruire, anche se uno le sa a memoria. Le sa a memoria ma quando scrive può ritornarci sopra, ripensarci, ricordare e auto-consultarsi, come accade per tutti i testi. Ormai alla mia età ho una libreria di testi che parlano del mio lavoro. Il tracciato del mio lavoro di artista, è tracciato coerentemente, se vuoi, molto di avanguardia, un’avanguardia seguita non come il linguaggio del tempo e successione linguistica di eventi anche inventati in totale e in solitario, eventi che trovavano poi corrispondenze in altre nazioni, in altri artisti con cui trovavo conforto, risposta anche seguendo una via solitaria. Il mio lavoro per tanti anni è stato un lavoro molto solitario. Non sono entrato in diverse comunità artistiche, in cui invece ero invitato ad entrare, non le ho capite ma ero ai confini, cioè perseguivo una mia vocazione -magari fallimentare – ma che era quella di continuare ad usare in qualche modo o a perseguire l’arte ossia la poesia e il significato, il senso di ciò che avevo sperimentato, vissuto, riflettuto, meditato quasi in solitario dando a ciò un’importanza fondamentale nella mia vita.

D. Seppure nella solitudine, l’arte può essere salvifica?

R. L’arte è stata non dico solo una ciambella di salvataggio, ma proprio uno strumento di analisi di cosa è, poteva essere o cosa anche non è l’esistenza che rimane per me, all’età ragguardevole che ho, un fenomeno molto curioso e poco spiegato a se stessi o agli altri. Questo fenomeno resta per quanto uno lo aggredisca, lo abbia aggredito filosoficamente, lo abbia aggredito eticamente, lo abbia aggredito pragmaticamente ponendo un modo di vita piuttosto che un altro, delle scelte piuttosto che altre e l’arte resta per me un enigma globale. Proprio la sua tipizzazione, la sua legge, le sue leggi di gravità, la sua figuratività, tutto ciò per cui il mondo esiste, ci esiste e esiste come referente della rappresentazione intellettuale che l’arte ne fa. Tutto ciò per me è inverosimile.
Ho intitolato una mostra recente fatta a Milano proprio L’inverosimile, l’inverosimile delle forme, l’inverosimile delle ragioni incomplete che circolano nel mondo, è tutta una ragione incompleta.
Viviamo un mondo – vedi L’Universo d’uso – in cui sappiamo accendere la luce o aprire un rubinetto e avere l’acqua al sesto piano di un appartamento senza sapere nulla di esplicativo, senza esserci impossessati del segreto di queste cose utili e dannose. Cioè l’esistenza resta per me globalmente molto non giudicata e mi sbalordisce, mi colpisce, mi colpisce proprio la figuratività dell’universo e dei concetti che circolano soprattutto, nelle idee per una vocazione o una inclinazione, per un talento che mi trovo, che non mi sono dato da me per un eccesso di letture, di culture. No, io ho delle lacune molto grandi.
Nella mia cultura personale la biografia, la guerra, il cambio di scuola mi hanno fatto fare cattivissimi studi, non cattivi studi, cattivissimi. Ciò nonostante io mi sono sempre aggirato attorno a questi temi cruciali perché devo, devo credere al mio io, perché devo pensare che il mio sia il punto giudicante di qualcosa che mi sfugge dalla testa ai piedi che io non avrei fatto, non avrei voluto viverci.
Eppure sono un uomo che ha vissuto. Se mi volto indietro mi guardo anche ora alla mia età, ho vissuto una buona vita, ho conosciuto il dolore, ho provato un forte dolore e anche recente, diciamo, la perdita dei miei fratelli, perdite in pochi anni, in poco tempo.
Ma ho vissuto una bella vita, ma in un certo senso, Dio mi perdoni, la vita di un altro. Perché io non sono affatto solidale con la mia percettività anche se mi misuro con il pensiero degli altri. Non mi manca né un po’ di autocoscienza – a questa età poi ce ne viene fin troppa – né di superbia. Mi misuro con quello che pensano gli altri e vedo – per questo ti parlavo di un talento particolare mentale – che nove su dieci la mia fantasia intellettuale proprio sulla specularità di questa esistenza è maggiore dei miei interlocutori. Io ho le chiavi anche del piano di sopra.

D. Quindi la solitudine è questa?

R. La solitudine è un problema secondario esistenziale. La solitudine in parte è questa perché si viene equivocati o respinti nove su dieci specie sull’arte. Quando io dico oggi, e non lo dico più perché poi non è che vado in cerca di guai, non è che voglio fare l’eroe socratico ma dico “quello è bravo” e trovo la reazione di ventidue persone “Ma perché   è bravo?” la cosa mi spiace, a me sembra limpido e evidente che quello è più bravo di quell’altro, ma non lo dico mai, me lo tengo per me proprio fino in fondo. Se non ne ho un’utilità non lo dico, ma capisco, capisco la bravura degli altri, capisco l’intelligenza, la critica, capisco la duttilità o meno del pensiero.
Ecco, e questo crea una certa solitudine perché l’interlocutore qui era un fatto caratteriale proprio, l’interlocutore poco meno intelligente di te e l’interlocutore molto meno intelligente di te sono uguali. C’è una distanza piccola, un crepaccio che non si riesce a colmare, non capisci perché nonostante uno si sforzi c’è questa incolmabilità. Però in questo senso c’è un isolamento, una solitudine da superbia.
L’altra solitudine può derivare e deriva da questo, perché di tante persone che si possono avvicinare che puoi avere uno scambio puoi provare anche una fatica, una noia come a dover pascolare per prati diversi da quelli che hai scelto.
Poi invecchiare significa anche abbandonare non solo le gare in bicicletta perché non hai più forza nelle gambe, ma significa anche abbandonare le gare in bicicletta concettualmente. Non ti importa più di questo, di quello e di quell’altro perché sei sempre alla ricerca di questa punta di verità che ti dia, ecco, che dia all’io equilibrio, serenità. Perché? Sia per una ragione di convivenza con se stessi e di vita, un contatto al bene ma anche al beneficio del bene, quindi la felicità, la gioia, l’equilibrio, il possesso vero e profondo non rapinatore di ciò che uno ha e sa fare. Questo è importante.

D. C’è una frase di apertura di questa mostra al Pecci che dice “l’arte è sempre stata contemporanea e la luce colorata è negli occhi di chi la vive”. Allora l’arte contemporanea è intensità dell’arte recente, è nell’uomo e nel suo tempo. Spesso però la luce negli occhi è una luce colorata, non è proprio coerente con quello che succede. Allora c’è un’arte che scade nella fatuità, l’arte contemporanea lascia degli spazi eccessivi alla moda o si dimentica da dove nasce l’arte?

R. Tutta la fenomenologia dell’uomo e dei casi umani si ripete nella psicologia quasi nei casi artistici e nella stima dei casi artistici. C’è tutto. C’è dove c’è l’uomo che finge di essere spiritoso e non è spiritoso, che finge di essere profondo e non è profondo e invece è anche nell’arte, tale e quale, e nella valutazione dell’arte un pubblico di acquirenti illuminati, posto che il fine dell’arte che certo è un fine oggettivo e in qualche modo sociale ma sia quello del collezionista. Dio fece l’artista perché facesse felici i collezionisti. Non credo che sia così.
Però in qualche modo, se l’arte resta, è un grande monumento della comunicazione, lo è e nei secoli lo è stato assumendo forme e formule diverse perché diverse sufficientemente sono le società che fanno uso dell’arte o che ospitano coloro che fanno arte.
Quindi non ci sono, non c’è una regola, potrà esserci una coerenza più seria ed un’altra meno seria rispetto ai modelli alti, agli archetipi alti di questa cultura artistica. Quello che pensava Michelangelo quello che pensava Leonardo non è forse quello che pensa un imbianchino così che fa i suoi quadretti e li vende sotto banco. Ma non importa, non è un giudizio, una graduatoria che smentisce la definizione dell’arte.
L’arte è un’espressione obbligatoriamente alta, anche l’arte che per questioni di avanguardia diventa amante della superficie, non della profondità del mare ma del pelo superficiale del mare. Anche quest’arte qui necessariamente contiene un modello per esprimere una condizione, una funzione di cosa? Io qui ho la mia idea: di rappresentazione di ciò che è l’essere, l’essere dell’io, l’esistere del mondo e l’insieme dell’enigma che per molti artisti è stato, è Dio, ma per molti altri no. C’è un immanentismo estetico è l’essere bello, è il bello dei corpi della statuaria greca, i nudi della pittura del Seicento, del Settecento italiani, i nudi femminili sono qualcosa di spettacolare anche nella scultura. C’è questo creato con o senza Dio è spettacolare, è spettacoloso. Non siamo adatti, non siamo adatti noi perché pecchiamo e quindi alla mia età non si può pretendere quello che a vent’anni era una ciliegia, era naturale, dalla vita quasi era dovuto. Ma, l’arte in sé resta per me tra le cose inverosimili della vita, un’inverosimiglianza di cui godo in qualche modo perché noi esistiamo siamo né più né meno più che insetti ma non siamo perfetti come i cani, nemmeno come i cani, nemmeno le scimmie perché tutti lo sanno cosa devono fare. Le formiche sanno che c’è la formica operaia, la formica guerriera, quella che riproduce, noi col cavolo che lo sappiamo. Dobbiamo scegliere a quale famiglia di insetti appartenere.
Siamo famiglie, noi stessi scegliamo tre giorni una cosa e quattro un’altra. Perché, come dicevo, la formica sa che deve fare la formica, il cane già   lo sa un po’ meno però bene o male lo sa anche lui.
L’uomo non lo sa affatto e mi stupisce che quest’uomo, di fronte ad un’esistenza da scoprire, da far sua, da respingere, produca invece l’arte che è qualcosa che ha in sé un suo segreto, una sua persistenza, una sua resistenza, una sua struttura fortissima, cioè la rappresentazione della realtà di tutto ciò che l’uomo è, quasi dei perché , dei perché dei perché, l’uomo è.
E l’arte ha questa capacità profonda che si traduce raramente in un discorso teorico, filosofico, diciamo disteso. Resta compatto come un pallone chiuso. Ha una sua forza interna per cui ogni molecola si congiunge all’altra e tiene per un periodo lungo gonfiato questo interlogo.
E questa sua naturalezza nel riprodurre anche staticamente il primo disegno delle grotte di Nehandertal è statico rispetto alla convulsione di difesa, di offesa, di guerra, di battaglia per mangiare. C’è uno che ha rappresentato queste cose in modo fisso. Per cosa? Per ricordarle il giorno dopo? Era una norma, una prescrizione. Dicono i libri fino a qualche anno fa che erano per motivi religiosi. Una balla sacrosanta per conto mio. Erano invece proprio delle rappresentazioni speculari con funzioni di memoria, per dire esisto, eravamo così anche dieci anni fa.

D. Questa relazione dell’uomo con la capacità di immaginare, che è uno specifico della nostra natura, e così la formazione dell’immagine che è quella delle rappresentazioni d’arte o anche della rappresentazione teatrale.
Di tutto, anche della memoria
Facciamo elaborazioni. La preparazione di una performance così come poi la vediamo rievocata al Pecci passa attraverso quanti passaggi interni?
Migliaia
Impossibile da contare?

R. Inutile anche… persino perché a volte sono delle solidificazioni dell’immaginazione che precedono. Tu vedi una donna, una ragazza spogliata contro un muro a distanza ravvicinata, che i pollici toccano il muro. E non si vede da lontano.
Infatti così si fa in Ebrea perché ci vuole una certa distanza dal muro, non bisogna mai alzare i gomiti, la vedi dappertutto come se stesse al tavolo, se fosse anchilosata.
C’è una configurazione che precede e poi una che a poco a poco si realizza, diventa e si spiega, si spiega e uno aggiunge il proprio talento, la propria esperienza del genere medesimo che ha visto in altri e la pilota verso un significato, non verso la didascalia pura e semplice, verso la didascalizzazione elementare, ma verso la complessità, se si vuole la significazione posta in un giusto punto cardinale.
Se io non conosco perfettamente la risoluzione di un teorema complesso come è per esempio nella performance Che cosa è la filosofia, non resto al tavolo, mi resta tutto molto enigmatico però ho fissato una zona entro cui posso vedere e capire e forse capirò bene il sistema mi pare che si capisca, è un nord piuttosto che un sud. Ho fissato una zona del significato, una zona del senso. Ecco, e lì conta molto l’esperienza.
Il talento e questa immaginazione che molte volte precede la figuratività complessa è una regia interiore che uno fa provando, tagliando, eliminando – per così dire – visto che l’arte è sempre una questione di misura e non si procede a mettere vani limiti, si cerca di vedere, di far affiorare quell’idea etica, fisica, quell’idea che ritieni utile che emerga e che affiori e che diventi patrimonio di una cosa che può camminare anche con le sue gambe fino a un certo punto senza che uno stia sempre lì a tenerlo in piedi insomma.
La moltitudine degli atti intellettuali è incalcolabile perché appunto rimbalza sull’esperienza, e sull’esperienza dell’esperienza, sulla riflessione, sulle memorie, eccetera eccetera.
E quindi direi che, l’ho già scritto un giorno questo, la forma è la resa del significato che a volte può essere una resa totale, può essere la deformazione di un significato sfiorato.

D. Quindi utilizzando le immagini – figura, diciamo così…

R. I concetti sono immagini, noi non riusciamo mai a pensare in assoluto. La nostra testa, il nostro cervello a mio modo di vedere – insisto – è un planetario: c’è la via Lattea qui, la memoria di qua, i concetti passano da una parte all’altra, l’immaginazione a me sembra di avere una mente che sia grande come l’universo invece è un bicchierino, un secchiello dentro cui in piccolo c’è questo questo patè – baby, comunque si sarebbe detto ai miei tempi filmato per i bambini in cui le cose sono possibili perché sono fuori le leggi di gravità, sono mentali e compongono, mettono insieme pezzi di realtà vera e sperimentata e le loro potenzialità che non si sono sperimentate ma che possono.
E che cos’è il collante? E’ questo tentativo dell’espressione di dare significato, non solo didascalizzarlo. ma dare significato profondo ad un paesaggio, ad una figura di donna, ad un viso di uomo, ad un animale, a qualcosa che riguarda l’io e che esiste e riguarda l’io.

Grazie.

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